Viaggi, shopping, ricorrenze, momenti felici o malinconie. Tutto sembra meno reale se non può essere catturato in un’immagine e rimbalzato sui social, cercando di attirare l’attenzione di chi ci guarda dallo schermo del proprio smartphone. La mania della condivisione e l’ossessione dei like, che interessa in particolare Instagram ma riguarda anche altre piattaforme come Facebook e Pinterest, è ormai trasversale a generazioni e culture, e ha finito per trasformare la nostra visione e la percezione del mondo che ci circonda.
Esemplare il caso del cibo. Il flusso su Instagram è praticamente inesauribile, con milioni di foto che vengono postate giorno e notte da food blogger, appassionati di cucina o semplici commensali. Secondo alcune stime recenti, l’hashtag #food conta più di 346 milioni di immagini, #foodgram oltre 11 milioni, mentre #foodporn supera i 200 milioni. Si fotografa e posta ogni tipologia di piatto, da quello tradizionale a quello esotico, in qualsiasi situazione, dal ristorante stellato allo streetfood, indugiando molto sui manicaretti domestici. Se il #glitterfood, ovvero il cibo decorato con una brillantina edibile colorata, andava molto forte fino a qualche tempo fa, ora le nuove tendenze spingono verso l’ #uglyfood, dove vincono i piatti non particolarmente invitanti o fuori dai canoni estetici convenzionali, e la #darkcuisine, dove accostamenti arditi o proposte inconsuete lasciano addirittura il dubbio sulla loro commestibilità.
Quel che è certo è che Instagram e simili hanno contribuito a cambiare la percezione e i consumi, da un lato rendendo molto popolari alcune categorie di alimenti (cercate ad esempio l’avocado, il mango, i mirtilli e le ricette a base di matcha, che si dice siano tra gli ingredienti più facilmente instagrammabili), da un lato creando vere e proprie mode, purtroppo non sempre salutari. La ristorazione non è immune dagli effetti del social food, tanto che molti locali che hanno rinnovato completamente il menù o gli arredi per renderli più adatti a essere fotografati e condivisi.
Il fenomeno va ben oltre il cibo ed è così potente da modificare lo storytelling di un continente come l’Africa. Nel tentativo di abbattere gli stereotipi e uscire dall’isolamento, tanti giovani fotografi stanno provando – dallo Zimbabwe al Marocco, dall’Etiopia alla Nigeria, passando per il Ghana – a usare i social per raccontare la diversità e l’energia di regioni e città che vivono una stagione di crescita tumultuosa.
C’è chi documenta l’evoluzione dei costumi e l’emancipazione femminile, chi vuole testimoniare i nuovi stili di vita, chi punta l’obiettivo sull’innovazione e la modernità. “L’Africa è una realtà molto complessa. Il lato difficile è stato rappresentato tante volte nel corso degli anni. Non vogliamo negare le cose brutte che ancora succedono, ma c’è tanta vita e tanta vivacità qui. Dobbiamo dipingere un quadro completo di quello che è l’Africa oggi”, ha spiegato la creativa Zash Chinhara in un’intervista per BBC Culture.
Che si tratti di cibi e piatti, paesi e culture, i social sembrano innescare un meccanismo molto simile, che lavora sulle immagini e la loro condivisione per costruire senso e significato. Un meccanismo di cui dobbiamo essere consapevoli, e imparare a usare bene.
Foto: “Solar eclipse“, credit Nana Kofi Acquah
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