Mentre la Commissione europea annuncia un nuovo piano d’azione per combattere la disinformazione, accusando la Russia di spendere oltre un miliardi di euro l’anno per fomentare troll e notizie false con cui destabilizzare i governi occidentali, si riaccende il dibattito sugli squilibri che minano i meccanismi di produzione e consumo di informazione.
Secondo il rapporto “News vs. fake nel sistema dell’informazione”, appena pubblicato da AGCOM, ci sono argomenti come la cronaca, la politica e gli esteri (le cosiddette hard news) che, in un mese medio, assorbono oltre il 40% dell’informazione prodotta in Italia, generando contenuti in netto eccesso rispetto alla domanda effettiva. Quasi un quarto del volume informativo totale riguarda la cultura e lo spettacolo, mentre il 17% è riferito alle notizie sportive. All’economia e la finanza è dedicato l’11%, solo il 7% a scienza e tecnologia.
Proprio nelle aree più specialistiche l’offerta di contenuti di qualità è inferiore alla domanda, con la conseguenza di creare dei vuoti su tematiche – come il risparmio e gli investimenti, le nuove scoperte in campo medico, i vaccini e le terapie oncologiche, i cambiamenti climatici, ecc. – che pure hanno grande influenza sulla sfera ideologica delle persone, le loro convinzioni e decisioni.
AGCOM ha calcolato che l’incidenza media dei contenuti fake sul totale dell’informazione prodotta in Italia è passata dall’1% del 2017 a circa il 6% degli ultimi dodici mesi. In cima alla classifica dei primi otto mesi del 2018 troviamo le bufale legate a esponenti del governo, partiti e questioni politiche, ma quasi il 20% delle notizie false circolanti in Italia tocca la scienza, la medicina e l’hi-tech, mentre l’economia pesa poco più del 6%: l’Autorità ipotizza l’esistenza di una correlazione tra la carenza di informazione qualificata e il dilagare di contenuti inesatti o deliberatamente manipolati.
Non è quindi solo colpa di chi legge in modo superficiale o resta prigioniero del proprio confirmation bias. Una parte di responsabilità è da attribuire ai professionisti dell’informazione, pressati da tempi di produzione sempre più rapidi, risorse sempre più risicate, la crescente difficoltà di monetizzare i contenuti. Elementi che mettono in pericolo l’attendibilità e l’approfondimento delle informazioni, a volte nascondendosi dietro l’alibi di lettori e ascoltatori comunque distratti e poco competenti.
Il rischio è maggiore per le testate digitali, i blog e le pagine social, dove il problema della velocità delle notizie e il sovrautilizzo delle risorse è più accentuato. Facendo – ahinoi – di tutta l’erba un fascio, l’Autorità ha rilevato che nel 2017 le fake news erano circa il 2% del totale dell’informazione prodotta e distribuita online, ma negli ultimi dodici mesi il rapporto è salito al 10%, facendo crollare parallelamente la fiducia degli utenti. Le fonti online sono oggi considerate credibili soltanto dal 5% circa degli italiani, che continuano a ritenere la televisione (42%) e i quotidiani cartacei (17%) i canali più importanti per informarsi.
Consolazione, forse troppo magra, il fatto che le fake news abbiano un ciclo di vita più breve. Mentre una notizia reale può vivere fino a 30 giorni sui media tradizionali e online, per una falsa il periodo si riduce a soli 6 giorni. La presenza effettiva di un contenuto vero (ovvero il numero medio di giorni, anche non consecutivi, in cui si registra almeno un’occorrenza sui media) è di circa 20 giorni, che scendono a 3 per il falso.
Ma l’estrema viralità e il maggior coinvolgimento delle persone che inciampano nel fake, oltre al fatto che la Rete non perde memoria di quanto pubblicato, che sia attendibile o meno, impone a giornalisti e comunicatori una dose supplementare di serietà e autodisciplina – perché, come osserva la stessa AGCOM, “a livello nazionale e globale, fenomeni patologici di disinformazione tendono ad annidarsi lì dove il sistema dell’informazione fallisce”.
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